08/02/2009
cosmetica del nemico

Come resistere all'ambiguo accostamento semantico?!
E' il motivo per cui ho comprato e letto, anni fa, il romanzo, denso di brevità, di Amélie Nothomb.
Tutto inizia e si conclude filologicamente nella sala di attesa di un aeroporto.
In uno spazio asettico, o meglio, non descritto, si consuma il cosmetico dialogo tra i due protagonisti: un uomo e il suo nemico, cioè un uomo e l'altra, o forse la stessa, parte di sé.
Jèrome Angust, irritato per il ritardo del suo volo, deve pure tollerare la conversazione con uno sconosciuto, il nemico, Textor Textel.
Questi, gli descrive minuziosamente i fatti essenziali della propria vita: la violenza su una donna e il successivo omicidio.
In un'atmosfera claustrofobica, con precisione chirurgica, viene ricostruita la plastica relazione di potere tra vittima e persecutore. Tra le righe scorrono fatti, cause, colpe, citazioni filosofiche, metafore, valori, simboli, bellezza, bruttezza, moralità e immoralità.
Fino al colpo di scena finale, che rivela il romanzo quale giallo surreale, favola crudele sulla doppiezza dell'uomo, arena e palco scenico, dove tutto può trasformarsi nel suo esatto contrario.
Coscienza e incoscienza si incontrano, si scontrano, si confondono e si identificano.
E la diversità dei nomi è solo apparente: Angust, la strettoia, e Textor, il tessitore, l'artefice di strette trame. Trappole quanto più strette, perchè molteplici, ambigue, attraenti e intimamente irrinunciabili.
Perchè se è possibile rinunciare a una cosmetica che accresca l'estetica, è impossibile sottrarsi alla cosmetica in quanto operazione morale e persino messianica.
Ieri sera ho visto lo spettacolo teatrale, tratto dal libro di Amélie Nothomb.
Uno spettacolo interessante, intenso, recitato in modo brillante. Impeccabile.
16:00
Scritto da : tra.parentesi
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31/10/2008
i giorni della festa

I giorni della festa in onore del Santo sono annunciati, per tempo, dall’entusiasmo.
La sua intensità cresce lentamente, avvolgendo tutto il paese.
Dapprima sono solo l’espressione dei volti e poche parole a tradire l’attesa.
Ci si chiede cosa avranno pensato di organizzare l’amministrazione comunale e il comitato; se saranno stati stanziati fondi tali da consentire almeno tre giorni di festa, possibilmente migliori dei precedenti.
Qualcosa trapela: nomi di cantanti, glorie locali, complessi bandistici.
Ma le notizie sono contraddittorie.
Nello scambio di informazioni non manca chi ha avuto sentore di litigi tra gli organizzatori: forse quest’anno salta tutto.
Si rimane con il fiato sospeso, mentre, in paese e in campagna, tornano ad aprirsi le case disabitate e quelle abitate da sempre accolgono ospiti dalle diverse latitudini.
In fondo, ci si consola e lo si crede veramente, il ritorno di chi ha voluto, ma soprattutto ha dovuto, allontanarsi è di per sé una festa.
Poi, un mattino, compare l’enorme camion delle luminarie.
Gli installatori iniziano dalla piazza. Quindi si dividono tra la parte alta e la parte bassa del paese, costruendo archi di luce che si rincorrono e svelano l’arrivo dei giorni della festa.
Accanto alla chiesa viene sistemato il palco. E’ un buon segno: di certo qualcuno, quel palco, dovrà calcarlo.
E finalmente muri e negozi espongono superbi il programma dei giorni della festa.
Un sospiro di sollievo. Tutto come da copione.
La lotteria, il torneo di calcio, la partita scapoli-ammogliati, lo stand gastronomico, lo spettacolo pirotecnico, il cantante gradito a giovani e non, le glorie locali e il complesso bandistico, che chiuderà i festeggiamenti nell’ultimo giorno della festa.
Arriva, infine, anche il luna park itinerante, con il suo corteggio di panni stesi e profumi d’arrosto.
Un giro di giostra che si alza fino al cielo. Un giro di giostra che non si alza fino al cielo, per i bambini. Per tutti la possibilità di acciuffare un nastro e vincere un giro di giostra in più. E un enorme pallone a cui tirare un pugno, per misurare la propria forza e acquisire la consapevolezza di essere, o non essere, forti.
Allora le strade del paese straripano di sorrisi, saluti, incontri.
Gli scaffali dei negozi si riempiono, si svuotano e tornano a riempirsi.
Che nessuno dimentichi di prenotare pane, uova e tagli di carne!
Nelle case è tutto un fervore di scambi di visite e preparativi.
In cucina si studiano i menù.
Si rinnova, si stira e si inamida il guardaroba.
E in tanto trepidare e affaccendarsi, si svolgono le prime due serate dei giorni della festa. L’esibizione del cantante e delle glorie locali è un successo di applausi e di ascolti. Lo stand gastronomico non smette di dispensare vino e stuzzicherie fino a tarda notte. Fino a quando si rimane in pochi a godersi la notte, che precede l’ultimo e il più autentico dei giorni della festa: il giorno del Santo.
Le campane e il complesso bandistico svegliano il paese: perché sia la musica a scandire il ritmo della festa.
L’eleganza, il vestito buono e la cravatta, la partecipazione alla funzione religiosa e alla processione sono imperativi categorici, radicati nel dna di tutti i cuori, atei e agnostici compresi.
La processione percorre le strade sudate, in lungo e in largo: le donne, i bambini e le suore, il Santo carico di ex-voto, le autorità, la banda e gli uomini.
Intanto sulla tavola si stendono lini, ricami e servizi pregiati.
Si consuma un pranzo sereno, con compostezza, devozione e, spesso, commozione.
Si lascia trascorrere il pomeriggio. E si vorrebbe non finisse mai questo giorno di festa, che arriva solo una volta ogni anno a riunire le famiglie e gli amici: un rito irrinunciabile che festeggia la sacralità dei luoghi dell’anima e delle emozioni.
L’epilogo è segnato dall’esibizione del complesso bandistico, che richiama esperti musicologi, concentrati e attentissimi all’esecuzione.
Ma il momento che io preferisco è quello in cui, al suono della marcia di Radetzky, tutto il paese segue la banda fino al grande piazzale, dove assisterà allo spettacolo dei fuochi di artificio.
Un sommesso mormorio precede l’inizio della prima esplosione.
Gli occhi sono rivolti al cielo e il cielo diventa un caleidoscopio di colori in forma di stelle, di fiori, di qualunque cosa gli sguardi vogliano leggere in quelle scintille, che consumano la propria densa ed effimera esistenza in un rombo che ti fa tremare dentro e fuori.
E la festa è finita.
Si ritorna al lavoro, oppure, come me, alle vacanze.
Rimane lo strascico dell’allegria, dei se, dei ma,
dei forse se e forse ma, dei chissà l’anno che verrà …
21:36
Scritto da : tra.parentesi
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14/10/2008
occasioni

Perchè tardi? Nel pino lo scoiattolo
batte la coda a torcia sulla scorza.
La mezzaluna scende col suo picco
nel sole che la smorza. E' giorno fatto.
A un soffio il pigro fumo trasalisce,
si difende nel punto che ti chiude.
Nulla finisce, o tutto, se tu folgore
lasci la nube.
L'immagine è la Nuda Veritas di klimt, i versi sono Le Occasioni di E. Montale.
Le occasioni dettano i tempi e gli spazi.
Sono la bussola che dis-orienta il viaggio e la fuga. Il miraggio e la certezza.
Fino alla verità o alla bugia.
Fino al sole o alla nube. Al nulla o al tutto.
E ritorno.
Nel punto che ci chiude o che ci schiude.
20:26
Scritto da : tra.parentesi
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Ho ricevuto il premio dalla mia cara Sonia: amica generosa e inesauribile 